13 Etica e società

Credo di avere chiarito che, o perché, le scelte in politica sono di carattere etico, e non estetico. Ovvero, coloro che pensano, e non sono pochi, che le scelte politiche siano di carattere estetico sono appunto di solito legati alla concezione che il politico ha delle doti naturali ereditarie, come un musicista o un artista in genere, e finiscono per l'accettare una teoria dell'élite, espressione della classe dirigente o altro, e fatalmente per trovarsi ideologicamente impegnati contro la democrazia e a favore del governo dei migliori. Pur tuttavia anche la concezione che la politica sia fare delle scelte etiche non risolve la questione della doppia morale, cioè del fatto che scelte etiche differenti appaiono coesistere, all'interno di una società e tra società differenti.
Applicare a società diverse dalla nostra principi etici differenti dai nostri, suggerire quindi che esista una doppia morale, una per noi e un'altra per gli altri, è un concetto che è in contrasto col principio dell'uguaglianza di tutti gli uomini davanti alla legge e altrove. Ma da un altro punto di vista l'imporre i nostri principi etici a società diverse dalla nostra è una forma di imperialismo etico che è stato la giustificazione addotta dai conquistadores, dai colonialisti in genere, per imporre colle armi il proprio dominio militare, economico e culturale.
Come risolvere questa contraddizione?
L'etica internazionale, la società delle nazioni e il governo mondiale proposto per primo da Kant, sembra essere stata ed essere tuttora legata alla geografia, per quanto spiacevole questo sia. Se un popolo a noi vicino si abbandona ad atti che noi consideriamo orrendi e barbarici ci sentiamo più in dovere di fare qualcosa. Ma se gli stessi atti vengono compiuti nella lontana Africa allora non ci sentiamo in diritto di fare alcunché. Ovvero nel popolo a noi geograficamente vicino sentiamo di dover applicare il principio della non ingerenza negli affari interni di uno stato estero, mentre nella lontana Africa mandiamo le nostre truppe a imporre colla forza i nostri principi etici colla giustificazione che essi si applicano all'umanità intera. Anche la storia di un paese ne determina la sua appartenenza a un mondo a parte caratterizzato dal rispetto di certi principi etici: così in Africa le stragi intertribali ci lasciano indifferenti, ma se i bianchi afrikaneer commettono dei soprusi rispetto ai neri del sud-Africa allora siamo colmi di sdegno, e lo stesso si può dire del problema ebraico-palestinese. Ma risolvere la questione di un diritto internazionale, un diritto delle genti, con un occhio all'atlante e un'altro ai libri di storia, ancorché praticamente molto corrente, non può essere considerato un modo giusto di risolvere la contraddizione di cui sopra. Esiste quindi una questione aperta nel campo dei diritti della persona e nel campo del diritto dei popoli, e la soluzione non può essere che in un atto di fiducia nella razionalità umana, supporre cioè che col progredire dell'educazione e degli scambi culturali si diffonda, nel rispetto delle diversità, l'etica che al momento è la nostra etica, l'etica dei paesi sviluppati. Dobbiamo essere pronti a modificare i nostri principi etici come abbiamo fatto per il passato, dobbiamo considerare i nostri principi etici come il risultato di un accordo e non come la risultante obbligata della nostra religione, sia essa tramandata o rivelata. Questa appare una prospettiva ragionevole, ma nel frattempo che fare? E' giusto limitarsi a una condanna verbale senza poi dare un seguito alle parole con dei fatti? E di che fatti si può parlare, avendo finalmente rinunciato all'uso della forza per imporre i propri valori culturali e tradizionali spacciati per principi etici?
Bisogna sottolineare la enorme differenza che corre tra il considerare i nostri principi etici come il risultato ineluttabile della nostra storia, e il considerarli un semplice accordo sociale nel nome della convivenza, accordo rinegoziabile, cambiabile, mai assoluto. Va continuamente ribadito il carattere artificiale di questo accordo sociale, nel senso del suo completo essere diverso da ciò che accade in natura e nella natura delle cose che si svolgono nelle società tribali. Se consideriamo i nostri principi etici come qualche cosa di immodificabile perché naturalmente giusto, fatalmente sarà impossibile evitare lo scontro con chi si comporta secondo dei principi differenti ma egualmente convinto di essere naturalmente nel giusto, sarà impossibile non ridurre la questione di una etica sovrannazionale appunto a un imperialismo etico, necessariamente vincente e dominante in conseguenza della vittoria dell'impero più forte.
Che relazione tra l'imperialismo etico e la corruzione politica? Quando i principi etici vengono usati come giustificazione dell'azione politica, per quanto superficialmente giusto ciò possa apparire, si opera in modo analogo a un colonizzatore tra i cannibali: sinceramente disgustato dall'evidente inciviltà del cannibalismo il colonialista cercherà di dissuadere, colle buone o colle cattive, i selvaggi dal continuare a perpetrare simile delitto. Si renderà conto di fare una azione diretta contro la cultura locale, ma si sentirà giustificato nel farlo dalla convinzione di essere portatore di valori morali più elevati, di una etica 'superiore' .I suoi fini sono quelli di elevare i selvaggi a valori umani superiori. Il politico delinquente agisce in modo sostanzialmente analogo: portatore di un progetto sociale volto ad un avanzamento generale della società, o di un progetto di conservazione degli aspetti migliori della società in cui vive, egli sentirà su di se la responsabilità di agire per il bene collettivo. Questo supremo ideale è considerato più importante della legge scritta ove tale legge scritta sia in contraddizione con il suo ideale!
Così si evidenzia una drammatica contraddizione: i fini etici della politica finiscono a scontrarsi con se stessi; gli stessi ideali di libertà ed uguaglianza sono portati avanti da individui che si ritengono superiori, cioè diseguali, rispetto alla massa dei cittadini, e la libertà, come fu teorizzato da Robespierre, deve essere imposta. L'analogia colla mentalità colonialista e razzista è evidente. In altre parole la teoria della classe dirigente, l'ipotesi che sono i migliori che devono governare, la pseudo-osservazione di uno pseudo dato storico per cui in una data società si crea sempre una élite che comprende non più del 10% dei suoi membri, sono autogiustificazioni intellettuali per imporre i propri valori etici nella convinzione che essi siano i più elevati, i più nobili, i più oggettivamente umani e umanitari. Ciò può indifferentemente essere sostenuto in buona o in mala fede, per esempio i Gesuiti e altri frati che accompagnavano e guidavano la conquista del nuovo mondo, potevano essere realmente in buona fede convinti di operare per salvare le anime di quei poveri selvaggi che andavano aiutando a massacrare, oppure potevano essere in assoluta malafede e, come Paolo e Giuseppe Flavio, usare della fede per ingannare se stessi e i selvaggi, e al tempo stesso fare carriera. Il risultato per i selvaggi massacrati fu esattamente lo stesso. Lo stesso dica si per i colonialisti: ci sono stati autentici promotori di benessere e sviluppo sociale tra i colonialisti, insieme a schiere di sfruttatori. Il problema è che dicevano le stesse cose, facevano le stesse cose, o quantomeno si distinguevano scarsamente dagli altri perfino nei risultati. Per questo il neocolonialismo dei nipoti dei selvaggi, educati nelle nostre scuole e assimilati nella nostra concezione di civiltà, sta procurando gli stessi risultati.
Il fatto è che non si possono imporre le nostre idee agli altri, non si possono ingannare gli altri, adducendo a giustificazione il bene altrui. E' una contraddizione logica, e probabilmente anche biologica, ed è una nefandezza antiumanitaria.
L'opposizione di chi segue la prassi elitaria è che operando in questo modo si accetta la situazione esistente, l'ingiustizia sociale esistente, le storture sociali esistenti qualunque cosa si intenda per 'storture sociali' .La necessità di fare qualcosa sarebbe quindi evidente. Ma questa è una opposizione fasulla perché sottintende che l'unica cosa possibile è il modus operandi dei sostenitori della teoria dell'élite. In una situazione in cui siamo quasi tutti familiari, l'educazione dei figli, l'alternativa non è certo tra educazione autoritaria e impositiva o non educazione. L'alternativa è tra educazione autoritaria o educazione basata sull'esempio. Perfino nelle istituzioni scolastiche più conservatrici si è a conoscenza di una alternativa all'insegnamento basato sull'autorità, che è quello dell'apprendimento attivo. La scienza ha cominciato a progredire quando il concetto di autorità scientifica è stato abbandonato, quando è stato abbandonato il rispetto sacrale per l'autorità degli antichi e si è passati alla critica delle loro concezioni. Insomma la storia dell'umanità è un continuo esempio di come qualunque progresso sia stato fatto non grazie all'élite, ma nonostante la presenza di una élite dominante. Ma, si dice, anche in questo caso il progresso è stato compiuto principalmente per opera di individui eccezionali. E questo cosa c'entra? Il fatto che alcuni individui eccezionali hanno favorito il progresso in alcuni campi non può essere certo una giustificazione per alcuni malfattori di auto proclamarsi individui di eccezione e pretendere che il resto della popolazione si adegui pena la mancanza di progresso o peggio. Sono i risultati ottenuti da alcuni individui che ne fanno degli individui eccezionali. L'idea che individui eccezionali producano cose eccezionali è appunto il sustrato psicologico ed etico della concezione elitaria, quando è il contrario che si verifica, cioè risultati eccezionali fanno giudicare gli individui che li hanno provocati individui eccezionali. Insomma sono i risultati, il riconoscimento del valore dei risultati da parte della collettività, che porta al riconoscimento dell'eccezionalità. Comunque la si rigiri non si sfugge alla logica del riconoscimento dell'autorità, scientifica o altro, basata sulla competenza e quindi sancita dalla stragrande maggioranza delle persone. Einstein è un genio non perché essendo un genio ha prodotto quello che ha prodotto, ma perché avendo prodotto quello che ha prodotto egli è riconosciuto unanimemente come un genio. Non mi pare che egli si sia mai sognato di informare il grosso pubblico che ritenendosi egli un genio fin da giovane si dovesse prestargli attenzione perché avrebbe prodotto cose geniali. La commedia e la tragedia dei sostenitori della concezione elitaria è che loro sanno già in anticipo di essere degli individui eccezionali, e pertanto tendono a sfuggire a un rigoroso controllo, esattamente come Freud che essendo convinto della assoluta evidenza scientifica della sua dottrina riteneva inutile verifiche sperimentali alla stessa.
Questa intima convinzione, in cui la buona fede assume una valenza estremamente peggiorativa perché toglie quel sacrosanto dubbio della ragionevolezza, è una delle basi della attività sociale del politico delinquente. L'intima convinzione è rafforzata dall'appartenenza a una comunanza di individui legati allo stesso progetto sociale: si crea all'interno di questa consorteria uno pseudo riconoscimento collettivo analogo a quello che si crea tra i partecipanti alle sedute spiritiche, una distorsione della realtà che, essendo apparentemente collettiva, acquista un carattere pseudo-oggettivo.

Se capisco bene la sociobiologia fa perno su due punti, uno è che in una popolazione, una società, umana o delle api, subisce nella sua identità culturale (conoscitiva) una pressione selettiva da parte dell'ambiente, e che tale pressione selettiva determina delle modificazioni del comportamento che sono trasmesse alle generazioni successive, bypassando così la non trasmissibilità di modificazioni fenotipiche attraverso il genoma, che non è modificato dall'ambiente. Questa è una rivalutazione positiva delle dottrine comportamentistiche dell'inizio del secolo. L'altro punto è la teoria del gene egoista, cioè la teoria che non l'individuo ma i suoi geni sono in lotta per la sopravvivenza nella competizione sessuale e nell'esercizio del potere. Una società, una popolazione, non sarebbero quindi solo un tutto unitario che si identifica nella teoria della specie in lotta per la sopravvivenza attraverso la selezione individuale, ma un complesso e intricato mixing dove l'ambiente, il sesso e la brama di potere si intrecciano con la vita dei vari individui, il caso e la necessità influenzando in egual misura gli avvenimenti. Levi-Strauss ha osservato che la sociobiologia, e io aggiungo la psicoanalisi, è in grado di far rientrare ogni cosa e il suo contrario nella teoria. Il caso e la necessità appunto, dove il caso è l'ambiente (e la radiazione cosmica che modificherebbe i geni) e la necessità i geni.
Cosa centra tutto questo coll'etica personale e sociale, con le ragioni della politica? Assolutamente niente. La biologia, più o meno sociale, più o meno genetica, non conosce una dimensione etica. Le idee di Lorenz che certe idee morali siano la risultante di comportamenti innati sviluppatesi colla specie e in difesa della specie, sono sostenute da quegli etologisti che si prestano a ricercare nella biologia le giustificazioni etiche del totalitarismo. I rapporti tra etica e società, e più società, sono un problema squisitamente politico, e la biologia ha ben poco da suggerirci al riguardo. Che il leader di un partito politico possa essere assimilato a un animale che guida il branco, che ci siano delle ragioni genetiche perché proprio quell'animale guidi il branco, sono sciocchezze da campagna elettorale per gli sprovveduti. E se la teoria elitaria si fonda su basi biologiche oltre che empiriche, ciò non la rende incriticabile, inquestionabile, imbattibile. La astrae semplicemente dal controllo sociale e democratico, e perfino da quello scientifico. O meglio è un tentativo, spesso riuscito, di sottrarre la classe dirigente al controllo della società di cui pure è espressione.

 
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